Il pacchetto arrivò un giovedì pomeriggio, consegnato da un corriere che si scusò per il ritardo di tre settimane.
Era piccolo, avvolto in carta marrone legata con spago, e puzzava di muffa e di qualcosa di più antico.
Il mittente era un indirizzo a Praga che non riconoscevo. Dentro, una scatola di metallo ammaccata. E dentro la scatola, un diario.
La copertina era di pelle consumata, le pagine ingiallite e macchiate. Sulla prima pagina, scritto in un italiano incerto: Se questo diario ti ha raggiunto, sono morta. Mi dispiace per quello che stai per leggere. Ma qualcuno doveva saperlo.
Era firmato Liana Zevi, bambina 182929.
Non conoscevo nessuna Liana Zevi. Ma dentro la scatola c’era anche una lettera, questa volta in inglese, scritta a macchina.
Gentile signor Colombo,
Sua nonna mi ha chiesto, prima di morire, di farle recapitare questo diario. Ha detto che lei è l’unico della famiglia abbastanza giovane da poter ancora fare qualcosa. Non so cosa intendesse. Forse lo scoprirà leggendo.
Con rispetto,
Jan Novák, esecutore testamentario
Aprii il diario con mani incerte.
15 marzo 1944
Mi hanno dato un numero oggi. Non ho più un nome. Sono 182929.
Siamo arrivati tre giorni fa, dopo un viaggio in un vagone così pieno che non potevamo sederci. Mamma mi ha tenuto la mano per tutto il tempo, anche quando le ho detto che mi faceva male. Quando si sono aperte le porte, ci hanno separate subito. Ho urlato. Lei non si è voltata. Forse le avevano detto di non farlo.
Ci hanno rasato la testa. Ci hanno dato vestiti a righe che puzzano di altre persone. Ci hanno tatuato il numero sul braccio, ma io sono così piccola che l’ago mi sembrava enorme.
Non so dove sia mamma. Non so dove sia papà. Non so dove sia mio fratello David.
Mi alzai di scatto, il diario tremante tra le mani. No. Non poteva essere. Ma continuai a leggere, dovevo.
22 marzo 1944
Nella baracca siamo in trentadue. Tutte bambine. La più piccola ha quattro anni e piange sempre. La più grande, Rebecca, ha tredici anni e finge di essere nostra madre. Ci divide il pane, ci racconta storie, ci tiene i capelli quando vomitamo.
Ieri una bambina è scomparsa. Dicono che era malata. Non so cosa significhi “scomparsa” qui, ma le altre bambine hanno smesso di chiedere.
Io dormo stretta ad una bambina polacca e non parla italiano, ma di notte, quando fa freddo, ci teniamo per mano.
3 aprile 1944
Oggi ho visto mamma. Era dall’altra parte del filo spinato, con altre donne. Era così magra che quasi non l’ho riconosciuta. Ho urlato “Mamma!” ma una guardia mi ha colpito. Rebecca mi ha tirato via.
Mamma mi ha visto. Ne sono sicura. Per un secondo i nostri occhi si sono incrociati. Poi ha guardato da un’altra parte, come se non mi conoscesse. Forse non mi riconosce più neanche lei. Forse non sono più la sua bambina.
Le pagine continuavano. Giorni che diventavano settimane. Fame. Freddo. Conteggi all’alba che duravano ore. Punizioni per niente. Bambine che sparivano e non tornavano. E poi:
27 gennaio 1945
Sono arrivati ieri. Uomini con uniformi diverse, che piangevano guardandoci. Ci hanno dato coperte. Zuppa calda. Ci hanno chiamato “bambini” invece di numeri.
Della mia baracca siamo rimaste in undici. La Bambina 156447 è morta due giorni fa. Le tenevo la mano quando è successo. Si è addormentata e non si è più svegliata.
Rebecca c’è ancora. Ha organizzato tutto, anche alla fine. Ci ha fatto restare insieme, ci ha fatto sembrare più forti di quanto eravamo.
Non ho ancora trovato mamma.
15 febbraio 1945
Mamma è morta. Me l’hanno detto oggi. È morta a novembre, di tifo. Quattro mesi fa. Quando ho urlato il suo nome attraverso il filo spinato, lei era già morta da due mesi, e io guardavo un fantasma.
Papà e David non li troveranno mai. Sono partiti su un treno diverso il primo giorno. Sono sola. Sono la bambina 182929 e sono sola.
Le pagine successive erano più rade. Mesi in un ospedale da campo. L’adozione da parte di una famiglia ebrea americana. Il viaggio verso New York. Una nuova scuola. Una nuova lingua. E poi, anni dopo:
23 giugno 1962
Oggi mi sono sposata. Lui si chiama Robert ed è gentile. Mi ha chiesto perché a volte, di notte, piango nel sonno. Non glielo posso dire. Non posso dirgli della bambina 182929. Mi ha chiesto anche del tatuaggio sul braccio. Ho detto che è un incidente. Ha creduto o ha finto di credere.
Ricomincio da qui. Ricomincio come Eva Rosenberg.
12 settembre 1963
È nata nostra figlia. L’abbiamo chiamata Sarah, come mia madre. Quando l’ho tenuta in braccio per la prima volta, ho pianto per tre ore. Robert era preoccupato, ma io gli ho detto che erano lacrime di gioia.
Non era del tutto vero. Piangevo perché pensavo a tutte le bambine della baracca che non avrebbero mai tenuto i loro figli. Alla bambina 156447 che voleva fare la maestra. Alla bambina 172308 che sognava di diventare ballerina.
Piangevo perché la bambina 182929 era sopravvissuta e loro no.
L’ultima pagina del diario era datata alcune settimane prima dell’arrivo del diario.
3 novembre 2024
Sto morendo. Il cancro, dicono i dottori. Ottantasette anni e finalmente il mio corpo si arrende.
Sarah non sa niente della mia storia. Non sa del campo, del numero, di quella bambina. Ho protetto lei e i suoi figli da quella oscurità. Ma ora mi chiedo se sia stato giusto.
Ho chiesto a Jan di mandare questo diario a mio nipote, il giovane studioso che studia la Shoah. Forse è giusto che qualcuno ricordi. Che qualcuno sappia che la bambina 182929 è esistita.
Che non era solo un numero in un registro nazista, ma una bambina di otto anni che amava le ciliegie e le storie della buonanotte.
Che Rebecca le ha salvato la vita condividendo il suo pane.
Che la bambina 156447 si chiamava Zofia ed è morta stringendole la mano.
Ricorda per me. Ricorda per tutte noi.
Eva
Chiusi il diario. La cucina era buia ormai, ma non accesi la luce. Presi il telefono e chiamai il museo della Shoah dove facevo volontariato. “Ho una storia da raccontarvi,” dissi. “Una storia che deve essere ascoltata”.
Il mese dopo, il diario di Eva fu digitalizzato, tradotto, archiviato. La sua storia entrò nei programmi educativi. Studenti di tutto il mondo lessero delle bambine nella baracca, dei numeri che erano nomi dimenticati.
E io, ogni anno, nel Giornata della Memoria, accendo trentadue candele, una per ogni bambina della baracca.
Una per la bambina 182929 che divenne Eva Rosenberg. Una per tutte le voci che furono silenziate. I numeri volevano cancellarle.
Ma noi le ricordiamo.

















