E allora, proviamo a riannodare i fili di sei mesi di basket parlato e immaginato. E cominciamo con la triste notazione che, alla fine della fiera, il turbinìo della compravendita di titoli che ha investito la pallacanestro italiana, non ha purtroppo toccato Trapani.
Peccato, perché dall’onda emotiva scatenata a gennaio dai disastri antoniniani, era scaturito un movimento di idee e iniziative che lasciavano presagire un finale diverso.
Ma intanto, proviamo a fare chiarezza: si è discusso tanto di “cordate” quando sostanzialmente le persone coinvolte sono state due, Andrea Magaddino (con Valenti consigliere e qualche altro sodale) e Norbert Biasizzo. Obiettivi diversi: l’A-2 per Magaddino rappresentava l’obiettivo primario, ma Ruvo di Puglia ha detto no, mentre Biasizzo è stato molto vicino ad aggiudicarsi la B nazionale di Nocera, sorpassato poi all’ultimo metro dalla proposta migliorativa di un Brescia con l’acqua alla gola.
Queste, grosso modo, le manovre sul campo, condite con tanti si dice e si narra, rivelazioni e smentite. Dal coinvolgimento di Dolce e Gabbana a contatti con coach e giocatori: vero che Giancarlo Sacco è stato sondato (da Valenti ma non da Biasizzo), vero che procuratori (il potente Riccardo Sbezzi) e giocatori (ad esempio Janko Cepic, ex Piazza Armerina) sono stati contattati. Quindi, nulla di fantomatico e inventato: seppur maldestri e prematuri, tentativi concreti ci sono stati, circondati da comprensibile riservatezza.
Su entrambe le operazioni gravavano, ovviamente, due macigni. Il primo rappresentato dall’atteggiamento minaccioso di Antonini (ma suppongo, conoscendo un pochino Biasizzo, che quest’ultimo se ne sia altamente fregato), il secondo dall’affaire Pala Daidone. La possibilità di ritrovarsi con un titolo in mano e in mezzo all’artiglieria pesante scatenata dal romano da una parte e dal Comune dall’altra, certo non ha invogliato molto a correre rischi. Opzioni alternative: giocare solo le partite al Pala Daidone ed allenarsi altrove, oppure adattare il Pala Cardella alla capienza minima della B nazionale (impresa difficile e forse impossibile), infine il campo neutro, il tutto in attesa di schiarite. Insomma, non se n’è fatto niente, anche se resta l’interrogativo di come sarebbe finita senza l’incursione bresciana.
Ai tanti che sui social hanno un po’ sfottuto queste iniziative considerandole poca cosa rispetto ai fasti vissuti in serie A, andrebbe ricordato che ogni città esprime una sua potenzialità economico-finanziaria, e che Trapani per la sua cultura cestistica e la sua storia, ha occupato gradini più alti di quelli che gli sarebbero stati concessi solo misurando i parametri del denaro. Infatti, dal 1981, anno in cui partì l’esperienza della gloriosa Pallacanestro Trapani, in 44 stagioni sportive, l’80 per cento dei campionati sono stati disputati fra B-1 (con le sue varie denominazioni) e A-2.
Quello, insomma, è il nostro giardino, e se Trapani non fosse la città dell’Edera e della Rosmini, della Velo e delle decine di finali nazionali giovanili, dei grandi giocatori e giocatrici espressi con alterne fortune (da Vento e Guarnotta a Barraco e Grasso passando per le ragazze, Tartamella e Garuccio), dei grandi dirigenti a partire dai padri fondatori (i fratelli Cardella, Pinco, Daidone, Cottone), se insomma non ci fosse stata questa storia a potenziarne la credibilità, a quel giardino, parlando solo di soldi, non saremmo mai stati ammessi. Gli ultimi tre anni sono altro: la sbornia e quando ti passa stai molto male.
Infine, l’occasione è stata persa non tanto perché il titolo non è arrivato, ma in quanto progetti visionari non sono stati coltivati. L’ipotesi di un consorzio nascente da Confindustria col coinvolgimento dei tifosi, oppure la proposta di Sergio Romano di costruire un club con una proprietà diffusa, in cui sia abolita la figura dell’uomo solo al comando. Utopie? Forse sì, ma sperimentare si può solo quando ci si ritrova col culo a terra, ovvero proprio il nostro caso.
Nel 1997, a conclusione dell’epopea della Pallacanestro Trapani, col Palailio inaugurato da un anno e il Palagranata prossimo alla chiusura, per una stagione sportiva non ci fu basket in città. Adesso c’è la Virtus in C che potrebbe rappresentare la ripartenza, mentre non è sempre vero che le utopie sono destinate a restare tali, se si ricordano i dieci anni 1981-1991 e che, in seguito, nel 2004, il ripescaggio in Legadue fu propiziato grazie anche ad una prodigiosa e partecipata colletta popolare.
Insomma, seppure ad Antonini e ai suoi seguaci piace pensare che a Trapani tutto sia finito, ecco, tutto ciò che è accaduto in questi mesi dimostra che non è così. Pian piano si può ricostruire, del resto è noto come la serie A di plastica sia altamente inquinante e che la disintossicazione richieda un po’ di tempo.
















